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Malnutrì di Enza Cavallero - II edizione "In passato si poteva morire per mancanza di cibo, anche se era più frequente che, per cibo inadeguato o scarso, ci si ammalasse. Il rachitismo, le malattie polmonari, il cretinismo e soprattutto laltissima percentuale di mortalità infantile, erano strettamente legate al tipo di alimenti che il popolo riusciva a procurarsi. Le carestie e la contaminazione dei raccolti non erano imputabili alluomo, così come non lo erano le epidemie legate alla mancanza di igiene e di profilassi, cui la gente non era in grado di provvedere. Chi poteva permettersi di mangiare le carni temeva, al massimo i rischi di una inadeguata conservazione, e non certo quelli causati da una alimentazione del bestiame effettuata contro le più elementari leggi biologiche. Le acque, stagnanti o contaminate da sostanze organiche, spesso venivano fatte bollire, o addizionate allaceto, nellingenua convinzione di potere così evitare i pericoli, i topi, più che apportatori di peste, erano temuti come avidi concorrenti, ma nessuno lasciava i terreni incolti, mentre oggi il bestiame, perennemente rinchiuso nelle stalle, spesso attende non il fragrante fieno, ma un mangime ottenuto dalla macinazione delle carogne di altri erbivori. Lansia di maggiori guadagni e di minori fatiche ha sovvertito le leggi naturali." Questo brano è tratto dallintroduzione dellautrice al suo libro che attraverso la storia dellalimentazione dei poveri ci illustra la storia della cucina "di una volta" accompagnandoci alla scoperta di antiche tradizioni dimenticate e di ancora più antiche ricette. Lopera è corredata dalla prefazione di Carlo Petrini, Presidente di Slow Food
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