Le erbe delle donne

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Le erbe delle donne
Fiori e piante dell'arco alpino tra cucina, medicina popolare e bellezza
di Laura Rangoni

Il rapporto tra le donne e le erbe è sempre stato molto stretto. Erbe che curano, erbe che nutrono, ma anche erbe che uccidono, e questo ha, in ogni periodo storico, spaventato moltissimo gli uomini, che vedevano in questo potere occulto delle donne un pericolo per la loro incolumità. E tra le donne martirizzate come le streghe, moltissime erano donne d’erbe. Con l’accentuarsi della fobia sui poteri delle streghe, si affermò anche la paura che dietro le pratiche erboristiche delle guaritrici di campagna si celassero oscuri rituali diabolici. Con l’avvento della Controriforma, la presa di posizione nei confronti della medicina popolare, e in particolare di coloro che curavano con le erbe, assunse toni precisi e molto gravi: infatti, dopo il Concilio di Trento furono numerose le Constitutiones che regolamentavano l’attività terapeutica e l’uso delle erbe. Gran parte delle cure fino ad allora adottate dal popolo furono bollate come superstizioni. Con questo sistema da un lato si cercò di creare una frattura insanabile con la medicina popolare, esercitata soprattutto dalle donne, e quella accademica, esercitata invece soprattutto dagli uomini, soprattutto la Chiesa attuò una politica molto precisa di sorveglianza delle pratiche terapeutiche e delle formule adottate per le cure. La pratica medicina, vietata agli ebrei e ai chierici, era severamente proibita anche alle donne; pertanto con queste manovre repressive si posero fuori gioco le donne d’erbe, accentuando i lati più oscuri della loro attività e ipotizzando legami con il culto del demonio. Nella stragrande maggioranza dei casi le donne d’erbe diventate streghe erano profonde conoscitrici della farmacologia arcaica, sapevano raccogliere le erbe giuste nei periodi più idonei, in modo da non vanificare le potenzialità insite in certi vegetali. Malgrado nell’uso delle erbe vi fosse in nuce quella che poi diventò la medicina ufficiale, dominio esclusivo degli uomini, Bernardo Gui nella Pratica inquisitionis haeretica pravitatis osservò che le invocatrici dei demoni erano anche dedite alla raccolta di erbe «genuflessi verso l’oriente, recitando le preghiere della domenica». L’aggettivo venefico, spesso attribuito a molte "ricette" delle streghe era ovviamente, nella gran parte dei casi, il frutto della volontà di demonizzare anche se non si può escludere a priori la presenza, in questi farmaci naturali, di sostanze in grado di produrre effetti allucinogeni su determinate persone particolarmente sensibili o deboli.
D'altronde il papavero e altre piante, usate fino al secolo scorso per calmare i bambini troppo vivaci, potevano avere, con un uso prolungato, effetti collaterali. Le piante cosiddette "magiche" che si ritrovano con maggior frequenza nei preparati a base di erbe delle streghe, erano la Cicuta virosa e l’Atropo belladonna: quest’ultima, nota anche come "erba delle streghe", è in grado di determinare eccitazione motoria e offuscamento dell’apparato percettivo. Vanno ancora ricordate l’hyoseyamus niger, il Solanum niger e la Datura stramonium, più nota come "erba del diavolo", capace di produrre forti amnesie ed effetti simili a quelli della schizzofrenia. Le streghe erano buone conoscitrici dei poteri delle erbe e ne sapevano utilizzare sia positivamente sia negativamente le proprietà terapeutiche. Intorno a questo complesso sapere si sono coagulati secoli di tradizioni e credenze, condizionate profondamente dalla demonizzazione dell’Inquisizione. I Tribunali, generalizzando, crearono i presupposti per collocare tutta una tradizione popolare sulla scia del culto del diavolo, privando le donne d’erbe della propria atavica connessione con la natura, con la Grande Madre. Per quanto riguarda l’uso delle erbe nell’alimentazione, dobbiamo fare una premessa. La cucina dei poveri, tra i quali possiamo includere le streghe, era improntata soprattutto alla stagionalità, ovvero ai singoli prodotti che, a seconda del periodo, potevano trovare. Ovviamente, nei periodi primaverili ed estivi, ogni erba commestibile veniva raccolta e cucinata, anche e soprattutto perché non vi era altro per mtigare una fame endemica rimasta tale fino alla fine della guerra del secolo scorso. Il pane, che era alla base dell’alimentazione popolare, era quasi sempre di miscela, confezionato cioè con farina di fave, di castagne, di ghiande, di avena, di segala, di miglio, di panico e persino, nei periodi di carestia, di segatura di giovani alberi. Venivano consumati molti cereali, soprattutto avena, panico e miglio, sotto forma di zuppa, con aggiunta di ortaggi ed erbe spontanee, che venivano a formare il cosiddetto pulmentum. La forma più comune di zuppa era il pan pesto, ovvero pane avanzato e "bagnato" con acqua, a volte un poco di vino, e aglio. I prodotti della raccolta spontanea comprendevano frutti di bosco, erbe, funghi. More, mirtilli, corniole, ciliege, amarene, lamponi, giuggiole, more dei gelsi, sambuco, rosa canina e bacche varie venivano consumate fresche o conservate sotto forma di composte, confetture e marmellate con miele (lo zucchero era usato solamente come medicinale a causa del suo alto costo). Anche nocciole, ghiande e castagne venivano raccolte e conservate. Le erbe spontanee potevano essere raccolte ovunque, anche lungo le strade. Tra le più comuni erano consumate la borragine, il crescione e il centonchio, spesso sotto forma di zuppe, ma anche la calendula, tarasacco, menta, violetta, primula, farinaccio, crescione, acetosella, portulaca, sambuco, barba di becco, melissa, ortica, aglio ursino, parietaria, finocchio selvatico, trifoglio, valeriana, malva. Funghi e tartufi comparivano spesso nelle mense dei poveri e non era infrequente che venissero consumati anche funghi tossici o velenosi. Sappiamo ad esempio che l’amanita muscaride, letale in determinate quantità, veniva usata assieme ad altri ingredienti, e procurava forti allucinazioni e visioni. Le fonti ci riportano all’uso di ovuli, prataioli, mazze di tamburo, spugnole, manine. Le erbe aromatiche e officinali venivano o cercate in luoghi incolti o coltivate nell’orto, e servivano soprattutto per insaporire i piatti. Ma avevano anche una grande importanza come ingredienti di tisane e decotti. Tra le principali ricordiamo l’aneto e l’acetosella, spesso ingredienti per salse, l’alloro, il finocchio, il ginepro, l’artemisia, la malva, l’issopo, il basilico, la maggiorana, il timo, la menta, la melissa, il prezzemolo, il rosmarino, la verbena, la salvia, la santoreggia, la valeriana.

Il volume è una raccolta delle caratteristiche (famiglia, habitat, periodo di raccolta), dell’utilizzo (ricette, decotti e tisane, creme e lavande) e di "curiosità" delle erbe comunemente usate dalle "Donne d’erbe".

Pagine 344 - Euro 21,50

Pagg 176   - formato 16 x 22 - Brossura - Immagini a colori
Prezzo € 17,56
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