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Arte e
sfumature culinarie di Isabella Fucale e Giannino Marzotto Ci sono libri che si possono leggere e comprendere senza saper nulla dei loro autori. Anzi, se ne sapessimo qualcosa, spesso ne resteremmo delusi: come quando, dopo aver letto le dolci invocazioni alla Morte del Leopardi poeta, abbiamo appreso che luomo Giacomo tremava come una foglia per un semplice raffreddore. Ce ne sono invece degli altri di cui non si coglie il significato se non si conosce chi li ha scritti: categoria alla quale appartiene questo delizioso volume. Lei, Isabella, è giovane ed entusiasta, di bellezza compiuta e di dinamismo solare. Lui è un gentiluomo maturo, rampollo di una illuminata e benemerita generazione di imprenditori. Hanno in comune lamore per il cibo, il vino, larte, e più generale la vita. Ma soprattutto la visione disincantata di un mondo dove si sopravvive (nel senso che si vive al di sopra degli altri) solo se si sorride con ironia alle sue incomprensibili contraddizioni: e a quella, più evidente di tutte, tra il benessere e il buon vivere. Perché si può essere ricchi e prodighi vivendo male, mentre si può essere modesti ed oculati, godendosi le piccole grandi cose del quotidiano. E la tavola ne è il banco di prova. Per capire il carattere di Giannino Marzotto bisogna partire da un episodio. Il conte, come sanno i suoi intimi, ama dormire spesso in un camper. Le ragioni, bisogna chiederle a lui. Un giorno, mentre il veicolo era parcheggiato davanti al "The Dorchester Hotel" di Londra, con il proprietario dentro, bussò il portiere: "Signore , non può stare qui .Il posto è riservato agli ospiti dellalbergo". Il nobiluomo non fece una piega: "Io sono rispose gelido ospite dellalbergo. Ho la Suite Royal. Ma la Suite Royal mi serve solo per farmi la barba, il Camper per farmi il Caffè Italiano. Potrebbe sembrare la stravaganza di un capriccioso esibizionista ma non è così. Giannino Marzotto è solo un uomo libero che, essendo nato ricco, può permettersi di vivere come gli pare: anche da clochard, se in quel momento gli va bene così. La sua fortuna non è di possedere una fortuna, ma di servirsene da padrone, senza esserne mai debitore. Quanto ai fornelli, lui racconta agli amici di aver imparato a cucinare mentre faceva il macellaio durante la repubblica di Salò, quando suo padre, resistendo agli inviti di rifugiarsi in Svizzera, si isolò in un anfratto del lago Maggiore. Questa nobile e gagliarda professione gli ha ispirato i sentimenti che sono la "rude stoffa" delle ricette che leggerete. Isabella le ha ingentilite con leleganza della padrona di casa. Ha imbandito la tavola sontuosa sul massiccio di legno di una quercia secolare. Insieme, hanno ornato il banchetto con la geniale follia di una coppia scombinata. Ogni pagina è buona per una battuta bruciante, un irriverente paradosso e una dissacrazione grottesca, sulla politica, i costumi, la morale, le maniere, gli amici, i nemici, i ricchi, i neoricchi, i cafoni, i potenti, gli impotenti, i gourmets, gli intenditori, gli assaggiatori e gli oratori: quelli che lodano solo i ristoranti a cinque stelle e credono che Guignebert sia un formaggio francese. Questo libro forse non insegna a cucinare: non vi troverete la meticolosa elencazione degli ingredienti, delle loro quantità e nemmeno degli esatti tempi di cottura. Del resto non è male che ogni aspirante cuoco si scateni secondo la propria fantasia Ma certo insegna a vivere la tavola con lallegria un po bizzarra di chi prende sul serio la sostanza più che l apparenza, e i singoli gusti più che i pregiudizi collettivi. Senza piegarsi alle burocratiche litanie delle solite guide che calibrano i punteggi, i cappellini, i tempietti e gli asterischi secondo la compattezza resinosa di una salsa o il retrogusto fruttato di un vino. Tutte cose buone e vere, che tuttavia fanno perdere il piacere del cibo, come quando, concentrandoci sulla tecnica del solista perdiamo lincanto di un concerto di Beethoven. Ma questo libro, nella sua costruzione originale, è anche una scuola di equilibrio e di buon senso. Non dovendosi dimostrare diversi da quelli che sono, gli Autori si prendono il lusso di deridere le esasperazioni raffinate delle anime eccentriche... E tuttavia, riportandoci saggiamente alla cucina di casa e alle tradizioni dei nostri nonni, non cedono alla tentazione delloleografia nostalgica e dellambientalismo bucolico. Sanno che il cibo è sacro, che per esso gli uomini si sono a lungo combattuti e uccisi, che il salame e il caviale, la rapa e il tartufo, hanno la stessa importanza e dignità. Che ogni pietanza va preparata con rispetto , servita con gioia e onorata con gratitudine. Che una frittata di cipolle può valere una mousse di aragosta , che si possono gustare i fagioli con le cotiche in un piatto di Meissen come in uno di carta , e che in definitiva non esistono regole fisse se non quelle delle nostre preferenze individuali. Senza artifici snobistici, ma anche senza falsi pauperismi lacrimosi, ci invitano alla loro mensa con lospitalità di un ammiccante sorriso. Carlo Nordio Pagg 192
- formato 18 x 25 - Cartonato - Fotografie a colori |